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Il processo contro Paolo di Tarso. Una lettura giuridica degli Atti degli Apostoli

L’autrice restituisce alla città antica un documento che naturaliter le appartiene: l’epilogo della vicenda di Paolo così come narrata da Luca

Iura & Legal Systems – ISSN 2385-2445 2017, E(7): 38-40 Anna Maria Mandas, Il processo contro Paolo di Tarso. Una lettura giuridica degli Atti degli Apostoli (21.27 – 28.31), Quaestiones. Momenti di vita processuale romana. Collana diretta da Francesco Amarelli e Francesco Lucrezi, Jovene Editore Napoli, Napoli 2017

Recensione di Giancarlo Rinaldi 

Il cosiddetto Canone muratoriano costituisce il più interessante documento sulla formazione del corpus neotestamentario. Lo si ritiene generalmente composto nell’ultima decade del secolo secondo anche se oggi non manca chi lo vorrebbe composto nel tardo quarto. Qui leggiamo, ma il testo sembra corrotto e non mancano pertanto emendamenti, che Paolo di Tarso nell’intraprendere i suoi viaggi volle avvalersi della compagnia di Luca studiosus iuris. Anche se, con ogni probabilità, il testo va diversamente integrato, è palese il significato di questo errore che sembra, appunto, alludere alla competenza dell’autore degli Atti degli Apostoli in materia di diritto. Questo aspetto è stato più o meno da sempre noto agli studiosi e, tuttavia, l’indagine di Anna Mandas si presenta opportuna e specifica per ampiezza d’orizzonte e profondità d’indagine. 

La fortuna del libro biblico degli Atti è per alcuni aspetti paradossale. Il testo viene solitamente giudicato dai teologi come un prolungamento del terzo vangelo, in altri termini come una scrittura che non può dirsi afferente al genere letterario della trattazione storica bensì a quella della narrazione edificante. Al contrario sono gli storici dell’antichità, anche d’ispirazione totalmente laica, a utilizzare e valorizzare questo documento come fonte storica per la conoscenza della vita delle province romane d’oriente in età giulio claudia. Se ci limitiamo ai soli autori italiani balzano alla mente, per citarne solo alcuni pochi, i nomi di Laura Boffo, Giuseppe Camodeca, Emilio Gabba, Santo Mazzarino, Arnaldo Momigliano, Marta Sordi. 

La vecchia Scuola di Tubinga volle ravvisare nel nostro testo un tentativo tardivo di celebrare la conciliazione tra la fazione giudeocristiana e quella filoellenica dopo le dure tensioni che tra queste s’erano determinate specialmente in merito all’ammissione dei pagani alla comunità gesuana. Insomma gli Atti sarebbero stati un prodotto di tavolino, irenistico e idealistico, che quasi riproponeva la triade hegeliana tra tesi (fase giudaica), antitesi (fase paolina), sintesi (il quadro dipinto da Luca) proiettandola nella vicenda dei primi credenti in Gesù e quasi adagiandoli su un letto di Procuste. Posto così il documento biblico ancor più si allontanava, quasi per il suo stesso statuto, dal carattere di fonte utilizzabile da parte dello studioso di storia. Era sarebbe stato soltanto pascolo per teologi. 

Verso la fine dell’Ottocento un gentiluomo scozzese, già con un ricco curriculum di classicista, si diede all’esplorazione archeologica delle regioni della Turchia e di fatto si trovò a ripercorrere quegli itinerari di Paolo così vivamente dipinti negli Atti ma che lui riteneva parto di fantasia letteraria se non fumoserie da teologo. Era quel sir William Mitchell Ramsay (1851 – 1939) che avrebbe poi insegnato antichità classiche prima a Oxford quindi ad Aberdeen. Un protestante onorato con medaglia d’oro da papa Leone XIII nel 1893. Il nome di Ramsay è legato all’inizio dello studio scientifico e moderno della geografia dell’Asia romana talché il suo fitto manuale, The Historical Geography of Asia Minor, pur essendo stato dato alle stampe nel 1890, viene ancora da molti considerato il più completo e accurato nel suo genere. Ramsay ricostruì tutta la relazione tra i primi credenti in Gesù (in particolare Paolo) e l’impero di Roma tesoreggiando del racconto lucano e giunse alla conclusione che l’autore sarebbe da ritenere uno storico di prim’ordine. Nel solco tracciato dal Ramsay operò poi William Calder (1881-1960), altro scozzese, epigrafista e archeologo della Turchia interna 

* Il testo riprende l’introduzione al volume. ** Già docente di Storia del cristianesimo presso l’Università degli Studi di Napoli l’Orientale.  

Iura & Legal Systems – ISSN 2385-2445 2017, E(7): 38-40 che pure illustrò quelle terre e quegli itinerari noti al lettore degli Atti. All’ombra di questa scuola nacque la serie dei Monumenta Asiae Minoris Antiqua, un corpus epigrafico la cui consultazione è oggi indispensabile allo studioso della storia di quel mosaico di province romane. Potremmo continuare la rievocazione di questi profili giungendo, ad esempio, Colin J. Hemer (1930-1987) fellow della Tyndale House di Cambridge, al quale dobbiamo un accurato The Book of Acts in the Setting of Hellenistic History. Sono tutti classicisti che partendo dalla loro specializzazione sono approdati alla lettura, all’utilizzazione, alla valorizzazione del testo degli Atti. Questo percorso, questa metodologia è tipica della Scholarship d’Oltremanica, ma la Mandas, qui da noi, iuxta propria principia, cioè con approccio totalmente originale, si rende ora benemerita illustrando gli aspetti di storia e di storia del diritto relativi alle ultime pagine del nostro testo. 

Non è il caso di entrare nel merito del racconto così come narrato da Luca e commentato dall’autrice in riferimento alla prassi giuridica romana: la cattura di Paolo presso il tempio gerosolimitano, l’intervento di Claudio Lisia, la consultazione presso il sinedrio, il deferimento al pretorio di Felice (e poi di Festo) a Cesarea, l’appello a Cesare, il viaggio della cattività, la custodia a Roma. Sono tutti aspetti ampiamente analizzati. Così come sembra pleonastico rilevare che le note a corredo del testo costituiscono sovente una raccolta di piccole ulteriori monografie su tema e sempre offrono un utile status quaestionis

Forse sarà invece opportuno dir qualcosa sulla prospettiva dalla quale Luca rievoca gli eventi la quale è complessa nella misura in cui integra l’aspetto evangelistico con quello apologetico, quello ‘strategico’ con il taglio di narrazione storica e così via. Per dirla in breve: l’autore degli Atti ogni qualvolta che cita un rappresentante del potere romano o di una istituzione imperiale lo fa proiettandovi una luce positiva. L’assunto sotteso dal suo testo, dunque, è che un atteggiamento leale verso l’impero romano è compatibile con la professione di fede in Gesù. Questa persuasione sarebbe diventata di lì a breve un motivo ricorrente della letteratura apologetica dei cristiani nei secoli seguenti, almeno fino alla svolta costantiniana quando, cioè, il genere letterario sempre più palesemente avrebbe cambiato intento e sarebbe risuonato come una richiesta di condanna senza appello verso i culti tradizionali. 

Bastino i seguenti esempi: il proconsole Sergio Paolo “uomo intelligente” (13,7); Gallione che manda assolto Paolo (18,12-17), Porcio Festo che gli riconosce l’appello a Cesare (25,12); Claudio Lisia che mette in salvo Paolo dal linciaggio (21,31-36) e lo dichiara innocente nell’elogium (23,26-30); Pubblio, il protos di Malta che ospita Paolo ‘amichevolmente’ per tre giorni (28,7). E poi altri anonimi rappresentanti dello stesso potere: i politarchi di Tessalonica che lasciano libero il cristiano Giasone (17,6-9); gli asiarchi di Efeso che ben consigliano Paolo e il grammateus cittadino che calma gli animi esagitati e rimanda ai legittimi giudizi del proconsole (19,31 ss.). E poi i centurioni: Cornelio distinto per pietà e amor di Dio, primo pagano convertito (10,1 ss.); Giulio che custodisce “con umanità” Paolo prigioniero in viaggio verso Roma e gli salva la vita (27,3.42-43). Valga per tutte l’elogio dell’aequitas romana che Luca pone sulle labbra di Porcio Festo: «non è abitudine dei Romani consegnare un accusato, prima che abbia avuto gli accusatori di fronte e gli sia stato dato modo di difendersi dall’accusa» (25,16). Qui sembra quasi che Luca faccia emergere la contrapposizione tra l’encomiabile procedura romana e lo scomposto linciaggio precedentemente posto in essere dai giudei a danno di Paolo presso il tempio. In realtà, sulla scorta di una semplice ma onesta lettura diretta dei testi, è possibile concludere che l’autore degli Atti di tanto ritrae positivamente i rappresentati di Roma di quanto proietta luce sinistra sui giudei, persecutori del suo eroe, Paolo, ora come prima lo erano stati di Gesù. A questa costante sembra far eccezione soltanto il procuratore Felice, un liberto atteggiantesi come villan rifatto e dipinto dal nostro con le stesse tinte fosche che sarebbero state utilizzate poi da storici quali Tacito e Svetonio. 

Le considerazioni di cui sopra giovano ad apprezzare nell’ordito del racconto lucano una indiretta, ma elegante ed efficace filigrana apologetica. C’è stato anche chi, valorizzando 

39 Università degli Studi di Salerno Iura & Legal Systems – ISSN 2385-2445 2017, E(7): 38-40 forse eccessivamente questa componente, ha proposto di collocare la composizione degli Atti non già negli anni ’80, come si è consueti fare, bensì all’epoca della detenzione di Paolo a Roma, quasi si trattasse di una sorta di memoria difensiva. L’ipotesi è fragile, ma va detto che essa vorrebbe rispettare quella regola del metodo storico critico in base alla quale si data uno scritto in base all’ultimo avvenimento che l’autore dimostra di conoscere, il metodo che, per esempio, si utilizza per collocare opportunamente la composizione del libro di Daniele nell’età di Antioco IV piuttosto che all’epoca degli esili babilonesi, come invece pretenderebbe il testo stesso. Rimane in ogni caso il problema posto dalla fine del nostro racconto: Paolo prigioniero in attesa di giudizio; perché Luca interrompe proprio qui la sua narrazione? Non è il caso, in questa sede, di render ragione delle molteplici spiegazioni invocate. Basta rilevare che sempre la Mandas rimane sul solido terreno storico documentale parlando dove il testo si esprime e non proiettando in questo niente che gli sia estraneo o che suoni incongruo. 

In conclusione possiamo affermare che il contributo dell’autrice di questo volume dimostra come sia infondato il dilemma già troppe volte posto: l’autore degli Atti, evangelista oppure storico? A questo si potrebbe rispondere a nostra volta con una domanda: perché necessariamente una delle due qualifiche deve escludere l’altra? Luca, crediamo, fu storico così come Galeno fu medico, Vitruvio fu architetto, Apicio fu cuoco; lo fu, dunque, come lo si poteva essere nel tempo e nelle circostanze in cui ebbe a scrivere. 

Il còmpito dello storico moderno è certamente quello di valutare criticamente, di distinguere, di calibrare e, tuttavia, non egli può mettere le fonti a tacere. Ben venga, dunque, questa utilizzazione di uno scritto prevalentemente teologico ai fini della più completa comprensione del processo penale romano. La letteratura dei cristiani offrirà allo storico del diritto altro prezioso e più abbondante materiale affine con il corpus degli Acta martyrum e delle Passiones

Anna Maria Mandas fa parlare le pagine antiche che prende in esame grazie a una esaustiva contestualizzazione con fonti storiche, giuridiche e documentarie e mettendo a frutto una bibliografia ricca e recente: l’autrice restituisce alla città antica un documento che naturaliter le appartiene: l’epilogo della vicenda di Paolo così come narrata da Luca, evangelista e storico di quell’evento, diremmo quasi studiosus iuris

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