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Kierkegaard, la “spia al servizio dell’Altissimo”

Chiesa trionfante o chiesa militante? Come la cristianità istituita abbia abolito il Cristianesimo del Nuovo Testamento

Il tema posto con forza e chiarezza da Søren Aabye Kierkegaard [1] nelle sue opere, soprattutto in Esercizio di Cristianesimo [2], si propone di descrivere la situazione della Chiesa luterana danese del XIX secolo, rea, come sostiene il filosofo-teologo, di aver tradito il Cristo stesso rivelatosi nella sacra Scrittura.    

La vita concreta, sostiene l’autore, non riguarda la ricerca dell’essenza delle cose, perché quest’ultima implica l’universalità astratta e la necessità che porta ad un sistema fermo, statico ed univoco. Si può notare quindi la netta contrapposizione, voluta e fortemente cercata dal teologo danese rispetto al filosofo tedesco Hegel.

Kierkegaard si definiva spia al servizio dell’Altissimo e, anziché cercare la popolarità dei suoi contemporanei, dedica tutta la sua attività letteraria all’edificazione cristiana: il suo compito è quello di fermare una diffusione sbagliata e menzognera del Cristianesimo della Chiesa di Stato. Ciò che è fondamentale è che appunto non cerca la propria gloria ma vuole rendere gloria a Dio. La Chiesa danese del suo tempo, prima con il vescovo Mynster e poi con il suo successore Martensen, è solo forma, il vero contenuto del Cristianesimo è andato perso, seguendo la filosofia di Hegel. La contrapposizione al filosofo dell’idealismo tedesco è netta: Dove Hegel finisce, lì pressappoco comincia il Cristianesimo; l’errore è semplicemente che Hegel pensa di avere a questo punto liquidato il Cristianesimo: anzi di essere andato molto più in là. È vero che Hegel parla di filosofia dello spirito, ma esso non è lo Spirito santo, bensì uno spirito razionale che si dispiega e si realizza nella storia ed è quindi maggiore dello Spirito santo. In questo quadro, nel quale la ragione umana si pone su di un piano di preminenza rispetto al Cristianesimo, il sistema hegeliano considera la massa più importante del singolo uomo. La Chiesa luterana danese e centro europea del tempo si lascia influenzare da tale pensiero filosofico, arrivando a dimenticare la vita concreta per dedicarsi all’idea astratta di cristianesimo, giungendo a considerare lo stesso Gesù come un concetto e ogni singolo credente va a perdersi in questa dimensione astratta e metafisica della Chiesa. Kierkegaard si scaglia contro tutto ciò, contestando alla radice il pensiero hegeliano: l’esistenza vera, reale e concreta è sempre del singolo che non può essere inferiore rispetto alla massa. Quest’ultima non esisterebbe se non ci fossero singoli, in relazione tra di loro, che la compongono. La massa è ignorante, perché ha un pensiero unico ed è informe, mentre i singoli, nella loro diversità, hanno pensieri propri ed esistono in quanto sé stessi. Possiamo dire che la differenza è un bene, è un dono di Dio, infatti a Babele, quando gli uomini volevano costruire una torre alta fino al cielo, avendo una lingua sola e costituendosi come un popolo solo, il Signore ha distrutto la loro costruzione, disperso gli uomini e fatto loro parlare idiomi difformi. La diversità è una ricchezza, è dono del Signore. Quindi la singolarità, con la propria identità, è sicuramente preferibile all’uniformità impersonale ed astratta, perché è reale e concreta. I teologi del tempo, e chiaramente anche i filosofi, sono incoerenti per quanto riguarda la parola e l’azione, e questo porta Kierkegaard ad affermare che la cristianità del 1800 ha tradito il Cristianesimo del Nuovo Testamento. Questi due concetti sono espressi con assoluta chiarezza in Esercizio del cristianesimo: la cristianità, cioè quella sorta di chiesa astratta e lontana dalla Scrittura, non è il Cristianesimo, così come la Parola di Dio ci mostra. La tesi dell’autore di Copenaghen è che il Cristianesimo nella cristianità non esiste più, ossia che la cristianità stabilita ha abolito il Cristianesimo del Nuovo Testamento. Nella cristianità stabilita, istituita, si è dimenticato che cosa comporti esseri cristiani concretamente: si è dimenticato che la fede esige non un’adesione intellettuale a Gesù, visto come concetto, ma esige il salto supremo, cioè l’accoglienza del paradosso essenziale che è l’uomo-Dio. Insomma si è dimenticato che la fede nell’uomo-Dio è superamento dello scandalo e accettazione della croce che è l’imitazione del nostro modello, lo stesso Gesù.

La riflessione di Kierkegaard prende in esame la filosofia hegeliana e la Scrittura, la società dello spirito razionale e la Chiesa di Cristo, l’astrazione e la realtà, e, per arrivare al fulcro del suo pensiero descritto in sintesi, parte proprio dalla considerazione del fatto che la vita concreta è l’esistenza percepibile delle cose nella loro soggettività. Il soggetto si trova di fronte a diverse possibilità che vogliono la sua risposta, per questo è chiamato a scegliere tra di esse. Ciò vale anche nei confronti di Dio. La scelta comporta angoscia, in rapporto al mondo, e disperazione, in rapporto all’io che sceglie. L’unico esito positivo al quale essi possono condurre è la fede in Dio. Il Signore dà il senso a tutto e, quando l’uomo si riconosce peccatore, limitato e corruttibile, l’unica scelta possibile per evitare l’oblio, per evitare la dannazione è dipendere da Dio, “saltare” nelle sue braccia. Questa non è, e non può essere, una scelta razionale, ma è appunto un salto: Dio non è comprensibile con la ragione umana, non è un concetto, ma è il totalmente Altro e quindi, come già affermato precedentemente, vi è un’infinita distanza qualitativa tra noi e Dio. L’Eterno si rivela all’uomo attraverso un suo atto gratuito, mediante l’incarnazione del suo Unigenito Figlio. Quest’ultimo è il paradosso della fede, è l’uomo-Dio, inconcepibile alla ragione umana proprio perché paradossale:

Come può un uomo essere contemporaneamente anche Dio?

Aristotele, il grande filosofo greco, nella sua Metafisica, esplica il principio di non contraddizione che recita così: A è A e non può essere contemporaneamente NON A, cioè un qualcosa non può essere contemporaneamente il suo opposto. Ad esempio una mela non può essere allo stesso tempo una pera; il bianco, assenza di colore, non può essere allo stesso tempo il nero, presenza di tutti i colori… 

Quindi un uomo, limitato, corruttibile, finito, mortale, non può essere contemporaneamente anche Dio, illimitato, incorruttibile, infinito, immortale…

Il Figlio di Dio allora è un paradosso ed il Cristianesimo si fonda su di esso, inspiegabile ed inaccettabile con l’intelletto e che esige esclusivamente un atto di fede, cioè di affidamento, un salto al buio della ragione nelle braccia di Dio.

Tutto ciò è il capo d’accusa dei Giudei nei confronti di Gesù stesso:

Noi non ti lapidiamo per nessuna opera buona, ma per bestemmia, e perché tu che sei uomo ti fai Dio, Giovanni 10,33.

Questo è scandalo e follia:

Noi predichiamo Cristo crocifisso, che è scandalo per i Giudei e follia per i greci, 1.Corinzi 1,23.

Il paradosso della fede, l’uomo-Dio, è follia per la ragione e scandalo per la religione.

In questo quadro il rapporto dell’uomo con Dio è sempre personale ed esige la scelta del singolo, la fede nel paradosso dell’uomo-Dio.

Questo è il Cristianesimo del Nuovo Testamento che è da riprendere, da riscoprire e da vivere.

Esercizio di cristianesimo parla di ciò, suddividendo la riflessione in tre parti:

a)Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò, Matteo 11,28. 

Per il risveglio e l’interiorizzazione

b)Beato colui che non si scandalizzerà di me, Matteo 11,6.

Un’esposizione biblica e una definizione cristiana dei concetti

c)Dall’alto egli attirerà tutti a sé, Giovanni 12,32.

Esposizioni cristiane

Andiamo ad analizzare punto per punto.

a)Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.

Colui che pronuncia questo invito, Venite a me, è l’uomo-Dio, il paradosso della fede, che chiama ad un atto di fede appunto, cioè il rispondere “sì” a questa offerta di ristoro.

Purtroppo la Chiesa danese, e centro-europea, del 1800 ha travisato tutto questo, considerando Gesù un uomo del passato, quindi un concetto, un ricordo vuoto nel presente, proponendo una religiosità morale senza rapporto personale, contemporaneità, con Gesù vivente in eterno. Così facendo la cristianità ha abolito il Cristianesimo e ciò che è necessario fare è reintrodurre appunto il Cristianesimo nella cristianità.

L’uomo semplice confessa umilmente di essere un peccatore ed accoglie l’invito di Gesù al ristoro, al perdono. Insomma qui Kierkegaard sta parlando di ravvedimento, cioè di ritorno a Dio, facendo inversione a U nella propria vita, riconoscendosi peccatore, bisognoso di perdono. Questo passo è fondamentale per poi riconoscere il paradosso della fede, affidarsi a Lui e così avere un rapporto personale con l’uomo-Dio che solo permette di essere riconciliati con il Padre celeste. Questo è il Cristianesimo del Nuovo Testamento. 

b)Beato colui che non si scandalizzerà di me. Matteo 11,6.

In questo secondo passo della sua opera Kierkegaard compone un’ode alla fede contro lo scandalo.

Come la fede, così lo scandalo è una categoria cristiana che si rapporta alla fede stessa. Lo scandalo, sostiene l’autore, è ciò che pone davanti ad un bivio: o lo scandalo o la fede, cioè o non credere o credere. Quindi non si giunge mai alla fede senza passare attraverso la possibilità dello scandalo, perché esso si rapporta all’uomo-Dio, al paradosso, cioè a Gesù. La fede è allora credere che l’uomo singolo che ti sta accanto è l’uomo-Dio, e tale rapporto non esiste se non nella contemporaneità. In questo senso l’uomo-Dio è segno di contraddizione che non può essere compreso razionalmente come se fosse una specie di uomo politico o idolo. Perciò non si può diventare cristiani a così buon mercato. Essere cristiani non è semplice perché, oltre al salto di fede nel paradosso uomo-Dio, implica il vivere secondo il modello, Gesù stesso.

c)Dall’alto egli attirerà tutti a sé. Giovanni 12,32

In questo terzo ed ultimo passo di Esercizio di cristianesimo Kierkegaard afferma che è necessario dimenticare ogni cosa per volgere il proprio sguardo verso l’alto, a Colui che attira il cristiano a sé.

Diventare cristiano è un compito difficile, perché esige appunto l’abbandono della ragione, nell’atto dell’affidamento all’uomo-Dio, e una prova che al massimo arriva fino alla porta della fede, poi serve un salto. Kierkegaard cerca di spiegare tutto ciò in sette discorsi edificanti, predicazioni, infatti, pur non essendo un “pastore” riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa danese, è un pastore riconosciuto dalla Chiesa di Cristo. La fede non è “solo” una decisione umana, ma è anche un dono di Dio, così come l’essere cristiano non è una dottrina che può venire insegnata ed imparata, ma una verità che si fa vita attraverso l’imitazione nella sofferenza di Gesù Cristo. Purtroppo il problema della Chiesa danese di allora, e non solo, è che tutto questo viene preso sotto gamba perché essa pensa di essere trionfante, “tutti sono già cristiani”, perciò nessuno confessa più Cristo. Questa è ciò che viene definita la cristianità stabilita.

La Chiesa invece dovrebbe essere militante, cioè combattente contro il mondo, non conformandosi ad esso, perché il combattimento non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori del mondo di tenebre di questa età, contro gli spiriti malvagi nei luoghi celesti, Efesini 6,12

La Chiesa trionfante, l’abbiamo detto, non somiglia alla Chiesa militante più che il quadrato al cerchio e la “cristianità stabilita” meno ancora. Tuttavia solo la Chiesa militante è la verità; la Chiesa trionfante e la cristianità stabilita sono un’illusione. “Ma – sento obiettare da qualcuno – oggi una Chiesa militante è una cosa impossibile e assurda; dal momento che siamo tutti cristiani, contro chi dovremmo combattere?”. Mio caro, se non avessimo altro da discutere, potremmo sempre farlo sull’affermazione che “noi siamo tutti cristiani”, sulla situazione reale delle cose a questo riguardo. “Come osi tu scrutare i nostri cuori e giudicare il nostro intimo? Quando un uomo afferma di essere un cristiano, avresti tu il coraggio di negarlo?”. Come vedi, ecco un argomento di disputa; ma è vero poi che quell’uomo afferma di essere cristiano? Io credevo che nella cristianità stabilita l’interiorità fosse segreta, che si dovesse tenerla nascosta. “Sì, certo, dobbiamo tenerla segreta, proprio perché è un fatto che tutti siamo cristiani”. Come dunque ciò è un fatto se ciascuno per suo conto ne mantiene il segreto? Perché si ammette che tutti siamo cristiani?

La faccenda è questa. Quando senza eccezione ognuno pretende di essere cristiano come “gli altri”, allora nessuno – siamo sinceri – confessa in fondo Cristo; invece possiamo dirlo, è notorio che ognuno è cristiano. Così, ecco che ognuno è battezzato appena nato; poi, bambino ancora, riceve la confermazione (probabilmente per essere al più presto in regola e a posto anche a questo riguardo, ciò ch’è ormai un lasciapassare indispensabile per far l’ingresso nel mondo, senza fastidi da parte delle autorità). Si sa che chi è stato battezzato fin da bambino, e poi confermato, maschio o femmina, è certamente cristiano: basta dare uno sguardo ai registri della parrocchia per convincersene! Purtroppo egli non arriverà a confessare Cristo neppure nell’età seguente, perché vive nella cristianità stabilita dove tutti professano (cfr. il registro dei battesimi!) di essere cristiani. Anche dei pastori nella “cristianità stabilita” si può dire che non tanto “confessano Cristo” quanto che è “confesso di essi” – come di tutti – che sono cristiani; a chi affermasse ch’essi confessano Cristo con i loro sermoni, bisognerebbe rispondere che il predicare è il loro mestiere e il fatto di farlo in qualità di funzionario impedisce che il confessare Cristo sia un atto personale. Nell’interiorità segreta tutti sono cristiani. Chi volesse negarlo, chi avesse il coraggio di negarlo, correrebbe certamente il rischio di essere tacciato di voler divertirsi a leggere nei cuori. Dunque, nessuno può negarlo. [3]

L’ironia di Kierkegaard contraddistingue i suoi scritti ed il suo carattere, plasmato, come lui stesso ammette, dalla metodologia socratica.

In ogni caso far parte della chiesa militante significa essenzialmente confessare Cristo.

I passaggi spirituali da compiere sono quindi i seguenti:

-riconoscersi peccatori, bisognosi di perdono, rinnegando sé stessi e compiendo inversione a U nella propria vita, questo è il ravvedimento;

-accogliere l’invito al ristoro di Cristo, facendo il salto della fede nell’uomo-Dio, il paradosso;

-confessare Cristo;

-vivere secondo il modello che è lo stesso Gesù.

Questo significa essere cristiani concretamente, facenti parte della Chiesa di Cristo, quella militante. Invece per la cristianità stabilita, per la Chiesa trionfante, che è una pura illusione, siamo già tutti cristiani, basta andare a controllare il registro dei battesimi in parrocchia, basta battezzare i bambini.

La cruda analisi della situazione danese del XIX secolo mostra una Chiesa malata di razionalismo estremo, di astrattismo, che ha come conseguenza il mettere alla porta il Cristo stesso fino a giungere ad una cristianità vuota, formale e dalla religiosità spiccata. La riflessione di Kierkegaard non riflette solamente un momento limitato geograficamente e temporalmente, ma è la descrizione quasi profetica di ciò che purtroppo avviene ancora oggi in determinati ambienti che si definisco “cristiani” pur avendo perso il centro, Cristo, e la bussola, la Parola di Dio.

Note:

[1] Søren Aabye Kierkegaard nasce a Copenaghen il 5 maggio 1813. Il padre è Michael Pedersen e la madre è la seconda moglie, Ane Sørensdatter Lund. Copenaghen è la città alla quale, nonostante tutte le difficoltà che vive, il nostro autore rimane legato inscindibilmente per tutta la vita. Søren è l’ultimo di sette fratelli, dei quali cinque muoiono quando lui è ancora molto giovane. Anche la madre muore presto e Kierkegaard viene cresciuto dal padre un vegliardo, cioè un giovane-vecchio, in modo troppo ideale, secondo un’educazione troppo severa ed esagerata da impedirgli di vivere un’infanzia serena. Questa educazione cristiana così rigida è il più grande pericolo e il segno della sua crisi più profonda della sua religiosità. Per questo Søren è stato sempre malinconico perché il padre gli ha trasmesso la propria malinconia: il padre è convinto che su di lui gravi una maledizione di Dio e per castigo divino la famiglia avrebbe dovuto scomparire. Il tormento della sua pena più intima è il pungolo o spina nella carne, Søren nei suoi diari lo definisce “un dolore infelice e penoso che è il limite della sua personalità” che lo agita spesso. È la malinconia ed il compito di spia dell’Altissimo che lo fa diventare scrittore: studia teologia luterana e si laurea raggiungendo il grado di Magister artium. Sviluppa un senso profondo di ironia, lasciandosi formare da Socrate negli scritti di Platone. Søren scrive per non morire e utilizza anche vari Pseudonimi. L’amore per Regina Olsen è tormentato e la lascia perché vorrebbe, da lontano, aiutarla a crescere nella fede in Gesù, nel vero Cristianesimo. Altro elemento essenziale nella biografia di Kierkegaard è che tutta la sua produzione letteraria si può raccogliere in tre gruppi:

a)Le opere pseudonime sono le più conosciute, lette e studiate in filosofia, ma non tutte, come Aut-Aut, Timore e Tremore, La malattia mortale, Il concetto dell’angoscia ed anche Esercizio di cristianesimo

b)Le opere con il suo vero nome, cioè i discorsi edificanti

c)Le carte, delle quali la parte più interessante sono i Diari che parlano di sé stesso, sono autobiografici. 

Søren stesso definisce in realtà questa divisione in due grossi gruppi:

gli scritti con la mano sinistra, cioè quelli pseudonimi e

gli scritti con la mano destra, cioè “i discorsi edificanti”, quelli firmati con il suo vero nome, quindi quelli più profondi per lui, nei quali pulsa il suo cuore. 

Si potrebbe perciò concludere che Kierkegaard, più che un filosofo, è un teologo e, più che un teologo, è un “pastore” che desidera rendere gloria a Dio, facendosi strumento, “spia”, dell’Altissimo.

[2] Questo testo è stato scritto nel 1848, 7 anni prima della sua morte, l’11 novembre 1855.

[3] S. Kierkegaard, Opere, Sansoni editore, pp.800-801

Cristian Viglione

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