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Perché il male all’innocente? Che ruolo ha Dio di fronte al male?

Forse certe cose potranno sembrare scontate, risapute, ma l’analisi della realtà da parte di Salomone è precisa e accuratissima, ed anche la conclusione che Gesù condivide.

VANITAS VANITATIS ET OMNIA VANITAS

La cruda realtà e pragmaticità del Qohelet
Nella Scrittura si trovano diversi libri, scritti da diversi autori, in diversi periodi storici e in diversi modi, cioè generi letterari. Tenendo conto di ciò il Qohelet, o Ecclesiaste, trova la sua posizione nel canone tra i libri sapienziali nei quali sono presenti riflessioni sulla vita, e su aspetti della vita, nella quale Dio agisce. Insieme al Qohelet i libri sapienziali sono: Giobbe, Salmi, Proverbi e Cantico dei Cantici. Giobbe tenta di rispondere alla domanda:

 -Perché il male all’innocente? 

-Che ruolo ha Dio di fronte al male? 

I Salmi esprimono i sentimenti dell’essere umano nella vita quotidiana e celebrano l’azione di Dio e la sua giustizia.

 I Proverbi vogliono impartire consigli saggi per ogni situazione che possa venirsi a creare.

 Il Cantico dei Cantici riflette invece sull’innamoramento e sull’amore tra marito e moglie, attraverso la storia di Salomone e Shulammita. 

Si può intuire allora che questo genere letterario sapienziale sia molto importante e spesso non facile da comprendere: alcuni studiosi mettono persino in dubbio l’ispirazione del Qohelet per le sue dichiarazioni apparentemente pessimistiche e discordanti con gli altri libri della Bibbia. Se ci riflettessimo un momento, potremmo notare che questo è un testo che viene letto pochissimo in Chiesa, anche perché il suo messaggio, ad un occhio superficiale, potrebbe creare perplessità. Sembra infatti che il Qohelet non dia messaggi positivi né incoraggianti: addirittura ho sentito dire che per Ecclesiaste la vita è senza significato, bisognerebbe perciò scegliere di godersi la vita in ogni modo possibile, dal momento che la morte cancellerà tutto. Un pessimismo cosmico, anzi, iperbolico, di stampo Cartesiano, senza via d’uscita se non la morte. Oppure come Giacomo Leopardi ed anche Totò, con ‘A livella: la morte, come una grande livella, fa sì che tutte le esistenze, dei ricchi quanto dei poveri, finiscano nello stesso modo. In realtà non è proprio così: Qohelet, pur notando la vanità e l’inconsistenza della vita, trova in Dio il senso della vita e della morte, per questo Ecclesiate è reale, ma il Signore è il centro di tutto. Ecco allora che c’è la via d’uscita, c’è la speranza, c’è la possibilità di dare un senso alla vita ed alle situazioni che si vengono a creare: con Dio il tutto ha la sua forma, il suo contenuto, il suo significato e la sua quadratura, tant’è che la strada da seguire è, Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto dell’uomo, Qohelet 12,13. Un testo non ispirato non potrebbe arrivare al centro di ciò che è il bene dell’uomo in assoluto. La conferma del fatto che Ecclesiaste trovi il suo corretto posto nel canone dei libri ispirati, ce la dà Paolo in 2. Timoteo 3,16-17, “Tutta la Scrittura è divinamente ispirata e utile a insegnare, a convincere, a correggere e a educare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia completo, pienamente fornito per ogni buona opera”. In questo articolo verrà preso in considerazione esegeticamente il secondo capitolo del Qohelet, uno dei più spaventosamente crudi di tutto il testo.

 Qohelet 2,1-26Io ho detto in cuor mio: «Vieni ora, ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere». Ma ecco anche questo è vanità. Del riso ho detto: «È follia», e della gioia: «A che serve?». Ho cercato nel mio cuore come soddisfare il mio corpo col vino, spronando nello stesso tempo il mio cuore alla sapienza e a stare attaccato alla follia, finché vedessi qual è il bene che i figli degli uomini dovrebbero fare sotto il cielo, tutti i giorni della loro vita. Così feci grandi lavori: mi costruii case, mi piantai vigne, mi feci giardini e parchi, piantandovi alberi fruttiferi di ogni specie; mi costruii vasche per l’acqua con le quali poter irrigare il bosco per far crescere gli alberi. Comprai servi e serve ed ebbi servi nati in casa; ebbi anche grandi averi in armenti e greggi, più di tutti quelli che erano stati prima di me in Gerusalemme. Ammassai per me anche argento, oro e le ricchezze dei re e delle province; mi procurai dei cantanti e delle cantanti, le delizie dei figli degli uomini e strumenti musicali di ogni genere. Così divenni grande e prosperai più di tutti quelli che erano stati prima di me in Gerusalemme; anche la mia sapienza rimase con me. Tutto quello che i miei occhi desideravano, non l’ho negato loro; non ho rifiutato al mio cuore alcun piacere, perché il mio cuore si rallegrava di ogni mio lavoro; e questa è stata la ricompensa di ogni mio lavoro. Poi mi volsi a considerare tutte le opere che le mie mani avevano fatto, e la fatica che avevo impiegato a compierle; ed ecco tutto era vanità e un cercare di afferrare il vento; non c’era alcun vantaggio sotto il sole. Allora mi volsi a considerare la sapienza, la follia e la stoltezza. «Che cosa farà l’uomo che succederà al re, se non ciò che è già stato fatto?». Poi mi resi conto che la sapienza ha un vantaggio sulla stoltezza, come la luce ha un vantaggio sulle tenebre. Il saggio ha gli occhi in testa, mentre lo stolto cammina nelle tenebre; ma ho pure compreso che ad entrambi è riservata la stessa sorte. Così ho detto in cuor mio: «La stessa sorte che tocca allo stolto toccherà anche a me. A che pro dunque essere stato più saggio?». Perciò dissi in cuor mio: «Anche questo è vanità». Non rimane infatti alcun ricordo duraturo né del saggio né dello stolto, poiché nei giorni a venire sarà tutto dimenticato. E come muore lo stolto, allo stesso modo muore il saggio. Perciò ho preso in odio la vita, perché tutto ciò che si fa sotto il sole mi è divenuto disgustoso, perché tutto è vanità e un cercare di afferrare il vento. Così ho odiato ogni fatica che ho compiuto sotto il sole, perché devo lasciare tutto a colui che verrà dopo di me. E chi sa se sarà saggio o stolto? Ma comunque egli sarà padrone di tutto il lavoro che ho compiuto con fatica e in cui ho usato sapienza sotto il sole. Anche questo è vanità. Così sono arrivato al punto di disperare in cuor mio per tutta la fatica che ho compiuto sotto il sole. Poiché qui c’è un uomo che ha lavorato con sapienza, con intelligenza e con successo, ma deve lasciare la sua eredità a un altro, che non vi ha speso alcuna fatica! Anche questo è vanità e un male grande. Che cosa rimane infatti all’uomo per tutta la sua fatica e per l’affanno del suo cuore, con cui si è affaticato sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e il suo lavoro penoso. Il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità. Per l’uomo non c’è nulla di meglio che mangiare e bere e godersela nella sua fatica; ma mi sono accorto che anche questo viene dalla mano di DIO. Chi può infatti mangiare o godere più di me? Poiché Dio dà all’uomo che gli è gradito sapienza, conoscenza e gioia; ma al peccatore dà il compito di raccogliere e di accumulare, per lasciare poi tutto a colui che è gradito agli occhi di DIO. Anche questo è vanità e un cercare di afferrare il vento”.

 Tutto nel mondo è vanità, inconsistenza, è costruire la propria casa sulla sabbia, come direbbe Gesù. È vero, nulla può dirsi degno di fiducia, tranne Dio e i suoi comandamenti che l’uomo è chiamato a seguire: se si teme Dio, ponendolo al centro della propria vita, e se si vive secondo i suoi comandamenti, si costruisce la propria casa sulla roccia, “Perciò, chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, io lo paragono ad un uomo avveduto, che ha edificato la sua casa sopra la roccia. Cadde la pioggia, vennero le inondazioni, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa; essa però non crollò, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque invece ode queste parole e non le mette in pratica, sarà paragonato ad un uomo stolto, che ha edificato la sua casa sulla sabbia. Cadde poi la pioggia, vennero le inondazioni, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa; essa crollò e la sua rovina fu grande». Ora, quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle stupivano della sua dottrina, perché egli le ammaestrava, come uno che ha autorità e non come gli scribi”, Matteo 7, 24-29. 

Forse certe cose potranno sembrare scontate, risapute, ma l’analisi della realtà da parte di Salomone è precisa e accuratissima, ed anche la conclusione che Gesù condivide, “Cadde la pioggia, vennero le inondazioni, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa; essa però non crollò, perché era fondata sopra la roccia”. Allora è fondamentale per Qohelet, ma anche per tutti noi, analizzare a fondo la realtà per evitare di cadere in errori banali e soprattutto per rafforzare ancora di più la nostra fede in Dio. In questo secondo capitolo del Qohelet si possono distinguere tre parti: 

1)Prima parte, vv.1-11 Salomone riflette sui piaceri e sulle ricchezze che non procurano felicità duratura e soddisfacente.

 2)Seconda parte, vv.12-17 Anche la sapienza, la follia e la stoltezza sono vanità, nulla, inconsistenza. 

3)Terza parte, vv.18-26 Faticare è inutile perché non ti porta a nulla.

 1)Prima parte, vv.1-11“Io ho detto in cuor mio: «Vieni ora, ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere». Ma ecco anche questo è vanità,” v.1 Salomone, ormai anziano, ha provato nella sua vita a ristorare il suo cuore con la gioia, la contentezza, e i piaceri che il mondo offre, cioè quelli della carne, ed il risultato è vanità, nulla, inconsistenza. Il terzo re d’Israele ha cercato di fare, e ha fatto, la cosiddetta “bella vita”: è re, ricco e potente e si poteva permettere feste, donne, vino… ma tutto ciò non soddisfa, è un nulla che porta a nulla. 

Infatti, “Del riso ho detto: «È follia», e della gioia: «A che serve?»”, v.2 

Il riso, la risata, è solo follia, pazzia. I latini dicevano: risus abundat in ore stultorum, cioè il riso abbonda sulla bocca degli stolti. Ciò significa che ridere troppo è sinonimo di stupidità. In più essere gioiosi non serve a nulla: il sorriso non permette la risoluzione dei problemi. Salomone non è la persona più allegra del mondo in questi versetti, però non ha tutti i torti, infatti la vita va presa seriamente, anche se, e questa è una mia opinione personale, un po’ di ironia, e di autoironia, non è un amale, anzi, meglio ridere che piangere. Questa idea dell’inutilità della gioia è legata alla fede: con Dio, e solo con Lui, c’è la vera gioia, la vera felicità dell’essere perdonati, salvati e riconciliati con Lui per l’eternità. Da questo momento in poi, Salomone elenca i diversi piaceri mondani ai quali si è dato 

“Ho cercato nel mio cuore come soddisfare il mio corpo col vino, spronando nello stesso tempo il mio cuore alla sapienza e a stare attaccato alla follia, finché vedessi qual è il bene che i figli degli uomini dovrebbero fare sotto il cielo, tutti i giorni della loro vita. Così feci grandi lavori: mi costruii case, mi piantai vigne, mi feci giardini e parchi, piantandovi alberi fruttiferi di ogni specie; mi costruii vasche per l’acqua con le quali poter irrigare il bosco per far crescere gli alberi. Comprai servi e serve ed ebbi servi nati in casa; ebbi anche grandi averi in armenti e greggi, più di tutti quelli che erano stati prima di me in Gerusalemme. Ammassai per me anche argento, oro e le ricchezze dei re e delle province; mi procurai dei cantanti e delle cantanti, le delizie dei figli degli uomini e strumenti musicali di ogni genere. Così divenni grande e prosperai più di tutti quelli che erano stati prima di me in Gerusalemme; anche la mia sapienza rimase con me. Tutto quello che i miei occhi desideravano, non l’ho negato loro; non ho rifiutato al mio cuore alcun piacere, perché il mio cuore si rallegrava di ogni mio lavoro; e questa è stata la ricompensa di ogni mio lavoro,” vv.3-10.

 Salomone beve vino, si dà ai piaceri alcolici. Il vino è buono ed è il frutto di un duro lavoro: semina, cura delle piante, potatura, raccolta, vendemmia e tutta la seguente procedura per ottenere questa bevanda inebriante. Interessante è che il bere vino per Salomone non è finalizzato a sé stesso, ma dice, spronando nello stesso tempo il mio cuore alla sapienza e a stare attaccato alla follia, vale a dire per soddisfare il suo desiderio e contemporaneamente per meditare sul bene che gli uomini dovrebbero perseguire quotidianamente. In altre parole, beve per meditare meglio. Questa pratica non è affatto nuova, per esempio i greci e i romani, ma soprattutto i greci, seguivano questa metodologia che veniva chiamata simposio o convivio. Dopo il banchetto che si organizzavano per diletto, c’erano coppieri che portavano vino in coppe che facevano girare tra i presenti. Si beveva molto e si discuteva, si filosofava, cioè si meditava su diversi temi. Anche Platone ha scritto un testo, intitolato “Il Simposio”, che descriveva come Socrate e i suoi discepoli discutessero sull’amore. Quindi possiamo ammettere che la “meditazione alcolica” non era un qualcosa di nuovo o di strano nel mondo mediterraneo e medio-orientale del tempo. Oltre a ciò, Salomone si dedica anche ad altro: 

a) compie grandi lavori nel suo regno. Il figlio di Davide intende far splendere Israele, non solo per sé, ma anche per il popolo che ama. Tra l’altro il suo regno dura 40 anni durante i quali vige la pace, ecco perché il sovrano può dedicarsi alla costruzione e allo splendore del Paese. Le sue opere sono sia a livello architettonico che nel settore primario: costruisce case, pianta vigne, giardini, parchi, alberi fruttiferi di ogni specie, vasche con acqua per l’irrigazione dei campi. Insomma così facendo crea posti di lavoro, sfruttando le risorse del territorio. Potremmo dire che il PIL, il prodotto interno lordo, del regno di Israele sotto Salomone cresce alle stelle.

 b) C’è talmente tanto lavoro che il re acquista servi e serve che a loro volta fanno figli, che costituiscono a loro volta altra manodopera, questa volta però gratuita. 

c) Il re possiede armenti e greggi più di tutti coloro che lo hanno preceduto. Coloro che hanno vissuto, o vivono in campagna, possono ben comprendere il significato e la portata di questa asserzione. Gli armenti sono grossi animali domestici, buoi, cavalli, giovenchi, atti al lavoro dei campi. E poi greggi di pecore garantiscono quantità non indifferenti di latte, formaggio e carne. Israele vive di agricoltura, allevamento ed anche di pesca, e Salomone sfrutta ciò che il territorio propone, perciò la qualità della vita durante il suo regno è alta. Anche in questo si nota la saggezza, dono di Dio, del figlio di Davide.

d) Oltre a fare del bene al popolo, al regno, Salomone fa del bene anche a sé stesso, si coccola, potremmo dire: ammassa argento, oro e le ricchezze dei re sottoposti di altre nazioni e delle province. 

e) si procura cantanti, uomini e donne. 

f) desidera le delizie dei figli degli uomini, cioè cibo buonissimo, ma anche l’arte che è una delizia per gli occhi. 

g) compra strumenti musicali di ogni genere. Salomone diletta davvero la sua vita: fa del bene al regno, al popolo e a sé stesso. Ottimo re, da questo punto di vista, non c’è che dire. Così facendo diventa il più grande re di Israele e il più prospero. In più la sua sapienza non lo abbandona, governa meravigliosamente. 

h) Soddisfa ogni suo desiderio di qualunque tipo, e cerca di avere gioia, di rallegrarsi per ogni suo lavoro. Tale è appunto la ricompensa di ogni attività: il godere della propria fatica finché si è in vita. Saggio consiglio: godi della tua fatica, del tuo lavoro, ora che ci sei, perché, quando non ci sarai più, sarà troppo tardi. Purtroppo c’è anche un però, “Poi mi volsi a considerare tutte le opere che le mie mani avevano fatto, e la fatica che avevo impiegato a compierle; ed ecco tutto era vanità e un cercare di afferrare il vento; non c’era alcun vantaggio sotto il sole”, v.11. Quando Salomone si ferma a pensare a tutto ciò che ha fatto, alla fatica che ha avuto, si rende conto che è tutto vanità, un nulla, inconsistente, è come cercare di afferrare il vento, cioè è inutile e assurdo e non ti porta nessun vantaggio. Tutti i lavori, i capricci personali, il bene per il popolo è solo vanità. È interessante anche il paragone con ciò che lui ha fatto con ciò che Dio ha creato: in Genesi 1,31 [1], Dio, dopo aver portato a termine tutta la sua creazione, si accorge che è tutto molto buono, mentre Salomone considera l’opera delle sue mani nulla. Ancora una volta possiamo avere la conferma della grandezza di Dio e dell’inconsistenza dell’uomo, perciò l’essere umano senza l’Eterno è davvero inconsistenza e non può fare niente.

 2) Seconda parte, vv.12-17 Allora mi volsi a considerare la sapienza, la follia e la stoltezza. «Che cosa farà l’uomo che succederà al re, se non ciò che è già stato fatto?». Poi mi resi conto che la sapienza ha un vantaggio sulla stoltezza, come la luce ha un vantaggio sulle tenebre. Il saggio ha gli occhi in testa, mentre lo stolto cammina nelle tenebre; ma ho pure compreso che ad entrambi è riservata la stessa sorte. Così ho detto in cuor mio: «La stessa sorte che tocca allo stolto toccherà anche a me. A che pro dunque essere stato più saggio?». Perciò dissi in cuor mio: «Anche questo è vanità». Non rimane infatti alcun ricordo duraturo né del saggio né dello stolto, poiché nei giorni a venire sarà tutto dimenticato. E come muore lo stolto, allo stesso modo muore il saggio. Perciò ho preso in odio la vita, perché tutto ciò che si fa sotto il sole mi è divenuto disgustoso, perché tutto è vanità e un cercare di afferrare il vento”. In questa seconda parte Salomone medita sulla Sapienza, sulla Follia e sulla Stoltezza, quindi sul senso della sapienza e sulla stupidità che, chiaramente, sono in contraddizione. La domanda sulla quale verte la riflessione del figlio di Davide è: “Che cosa farà l’uomo che succederà al re, se non ciò che già è stato fatto?”. Ritorna nuovamente il concetto di ripresa, cioè ciò che è stato in passato, sarà anche in futuro. Nessuna novità, solo ripresa e noia. C’è però da dire anche un’altra cosa: se il successore del re è saggio, riproporrà ciò che il predecessore ha fatto di buono, altrimenti cambierà. Se invece il successore è stolto, farà sicuramente del male al suo popolo. Allora che cosa è meglio, stoltezza o sapienza? Salomone ammette che, ovviamente, la sapienza è preferibile alla stoltezza; è meglio essere saggi che stupidi. La saggezza è come la luce, in quanto illumina la vita, e in questo costituisce il suo vantaggio, mentre la stupidità è come le tenebre, perché rende la vita buia e vuota. Nonostante questa riflessione che potrebbe essere considerata ovvia nel suo contenuto, c’è nuovamente un però che si mostra essere terribile: sia al saggio che allo stupido viene riservata la medesima sorte, cioè la morte. Sia l’uno che l’altro, prima o poi, chiuderanno gli occhi a questo mondo. Se tutti e due finiranno sotto terra, ancor più tremendo è il fatto che nessuno si ricorderà di loro e tutto sarà dimenticato. Ciò riporta alla mente il pensiero di Totò, Antonio De Curtis, e di Giacomo Leopardi. Cito qui di seguito la meravigliosa e struggente poesia del grandissimo artista di Recanti, La sera del dì di festa, che è la continuazione del più famoso Il sabato del villaggio.  

“Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai né pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.

Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già ch’io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core” [2].

Leopardi in questa poesia mostra tutta la reale tristezza del tempo che passa. L’attesa del giorno di festa è grande, ma la domenica sera, quando tutto è terminato, l’attendere, la speranza e la gioia del giorno precedente si trasformano in tristezza e in dolore. Le cose belle passano troppo velocemente e non tengono il passo delle aspettative che sono più grandi e inversamente proporzionali al godimento. Per Salomone è esattamente così, vanità, nulla, inconsistenza, tutto cade nell’oblio dell’amnesia eterna. Anche Totò, come Salomone, dice che la morte livella tutti, il saggio come lo stolto, il re, il magistrato, un grand’uomo come lo spazzino, il cameriere come il servo. Riporto qui di seguito la conclusione di questa splendida poesia dell’artista partenopeo. 

“‘A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella. 

‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?

 Perciò,stamme a ssenti…nun fa”o restivo,
suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!” [3] 

Il marchese e il netturbino, una volta entrati nel cimitero, cioè una volta morti, sono uguali, la morte è “equa”, è la sorte di tutti e mette tutti sullo stesso punto. Questo appunto viene affermato anche da Salomone. I sentimenti del figlio di Davide di fronte a tutto ciò è odio per la vita, e ciò che vive, in quanto vanità, nulla, lo disgusta. È fortissimo questo ragionamento, arrivare addirittura ad avere odio per la vita, disgusto, nausea, proprio come diceva Jean Paul Sartre, filosofo esistenzialista del ‘900, “La nausea è l’esistenza che si svela – e non è bella a vedersi, l’esistenza”. [4] 

3) Terza parte, vv.18-26 “Così ho odiato ogni fatica che ho compiuto sotto il sole, perché devo lasciare tutto a colui che verrà dopo di me. E chi sa se sarà saggio o stolto? Ma comunque egli sarà padrone di tutto il lavoro che ho compiuto con fatica e in cui ho usato sapienza sotto il sole. Anche questo è vanità. Così sono arrivato al punto di disperare in cuor mio per tutta la fatica che ho compiuto sotto il sole. Poiché qui c’è un uomo che ha lavorato con sapienza, con intelligenza e con successo, ma deve lasciare la sua eredità a un altro, che non vi ha speso alcuna fatica! Anche questo è vanità e un male grande. Che cosa rimane infatti all’uomo per tutta la sua fatica e per l’affanno del suo cuore, con cui si è affaticato sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e il suo lavoro penoso. Il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità. Per l’uomo non c’è nulla di meglio che mangiare e bere e godersela nella sua fatica; ma mi sono accorto che anche questo viene dalla mano di DIO. Chi può infatti mangiare o godere più di me? Poiché Dio dà all’uomo che gli è gradito sapienza, conoscenza e gioia; ma al peccatore dà il compito di raccogliere e di accumulare, per lasciare poi tutto a colui che è gradito agli occhi di DIO. Anche questo è vanità e un cercare di afferrare il vento”. 

Salomone arriva ad odiare la vita, reputandola disgustosa, perché dovrà poi lasciare tutto al suo successore, per cui non potrà godere per sempre del frutto del suo lavoro, e perché non si sa se colui che verrà dopo di lui sarà saggio da continuare la sua opera o stolto da distruggerla. Oltre all’insicurezza sul futuro, sul frutto della sua fatica, Salomone riflette sul fatto che il suo successore riceverà l’eredità senza faticare, godrà del frutto del lavoro di qualcun altro. Il cuore del re si dispera per questo che è vanità, nulla, e un grande male: è possibile che ciò che si è guadagnato con difficoltà e dolore vada in fumo, vengo dilapidato in un momento. Anche di notte questi pensieri attanagliano la mente che lavora e non lascia dormire: quando non si dorme e si riflette sull’inconsistenza della vita e sui suoi problemi, non c’è solo da disperarsi, ma si potrebbe arrivare persino ad impazzire. Il quadro dipinto da Salomone è orrendo, ma terribilmente reale. Non finisce però tutto in questo modo, perché di fronte a queste difficoltà c’è un piccolo barlume di speranza: nella vita non c’è nulla di meglio che mangiare e bere e godere ogni bene possibile. Sembra che Salomone indichi come soluzione il famoso, ma non del tutto compreso, carpe diem, cioè cogli il giorno, del filosofo latino Orazio: 

“Tu non chiedere, è vietato sapere, quale fine a me, quale a te gli dei abbiano assegnato, o Leuconoe, e non consultare la cabala babilonese. Quanto (è) meglio, qualsiasi cosa sarà, accettarla! Sia che Giove abbia assegnato più inverni, sia che abbia assegnato come ultimo quello che ora sfianca con le scogliere di pomice che gli si oppongono il mare Tirreno, sii saggia: filtra il vino e ad una breve scadenza limita la lunga speranza. Mentre parliamo sarà fuggito, inesorabile, il tempo: cogli il giorno, il meno possibile fiduciosa in quello successivo” [5].

 La poesia di Orazio è un invito a godere ogni giorno dei beni offerti dalla vita, dato che il futuro non è prevedibile, ciò non significa che si debba ricercare il piacere, ma apprezzare ciò che si ha. Salomone è d’accordo con questo pensiero, infatti la vita non offre nessuna soddisfazione appagante, ma l’uomo può cogliere quei momenti di bene semplice che il Signore gli dona, come appunto il mangiare, il bere e ogni piccola-grande gioia che proviene da Dio. Anche Gesù dice questo, “Non siate dunque in ansietà del domani, perché il domani si prenderà cura per conto suo. Basta a ciascun giorno il suo affanno”, Matteo 6,34. Secondo questa riflessione si può nuovamente avere una grande certezza: la vita per l’uomo è faticosa, odiosa, nauseabonda, ma con Dio è diverso, Lui dona momenti di gioia che non bisogna sprecare. La vita senza il Signore è nulla e disperazione, mentre con Lui è gioia in un mondo disgustoso. Ogni credente non può che confermare le parole di Salomone.

Note:

[1] Allora DIO vide tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. Così fu sera, poi fu mattina: il sesto giorno.

[2] https://www.skuola.net/appunti-italiano/leopardi-giacomo/leopardi-sera-festa.html

[3] http://www.antoniodecurtis.com/poesia8.htm

[4] https://it.wikipedia.org/wiki/La_nausea

[5] Orazio-Carpe diem (Hor. Carm. I 11), http://www.poesialatina.it/_ns/Greek/tt2/Orazio/Carm1_11.html

Originale latino:

Tu nē quaēsĭĕrīs, ‖ scīrĕ nĕfās, ‖ quēm mĭhĭ, quēm tĭbī

fīnēm dī dĕdĕrīnt, ‖ Leūcŏnŏē, ‖ nēc Băbўlōnĭos

tēmptārīs nŭmĕrōs. ‖ Ūt mĕlĭūs, ‖ quīdquĭd ĕrīt, pătī!

Seū plūrīs hĭĕmēs ‖ seū trĭbŭīt ‖ Iūppĭtĕr ūltĭmām,

quaē nūnc ōppŏsĭtīs ‖ dēbĭlĭtāt ‖ pūmĭcĭbūs mărĕ

Tŷrrhēnūm, săpĭās: ‖ vīnă lĭquēs ‖ ēt spătĭō brĕvī

spēm lōngām rĕsĕcēs. ‖ Dūm lŏquĭmūr, ‖ fūgĕrĭt īnvĭdā

aētās: cārpĕ dĭēm, ‖ quām mĭnĭmūm ‖ crēdŭlă pōstĕrō.
Foto credit: https://www.ilsecoloxix.it/italia-mondo/esteri/2020/01/29/news/coronavirus-il-contagio-non-si-ferma-la-cina-resta-a-corto-di-farmaci-e-maschere-1.38394923

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